Ballata delle madri, Pier Paolo Pasolini

Ballata delle madri, Pier Paolo Pasolini

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Voglio leggere Pasolini e ritrovarvi la sua antitetica personalità tanto pungente quanto delicata: la sua raccolta Poesia in forma di rosa fa letteralmente al caso mio, anche se il timore di non capire mi ha spesso frenato dall’avvicinarmi alle sue parole, più vicine all’utilitarismo che all’essere fine a loro stesse. Lo ammetto: se leggo Pasolini, voglio imparare qualcosa.

Non è certo che, tra le poesie e i poemi qui raccolti, riuscirò stabilizzare nel mio immaginario il pensiero ideologico dell’autore: Rivoluzione e Sentimento si uniscono sottolineando la vocazione di Pasolini nei confronti della “pura opposizione” di chi è condannato, per il troppo amore a “non amare nessuno e non essere amato da nessuno” nella dolorosa e terrena pratica nella quale si aggirano ciclicamente “anime in cui il mondo è dannato / a non dare né dolore né gioia”.

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La Ballata delle madri è il primo inno interrogativo che ritroviamo nella raccolta dedicato ad una ormai post neorealista Roma periferica, siamo nei primi anni ’60, impersonificata nella fondamentale figura materna: la Mamma Roma è resa qui assenziale per la formazione di Pasolini tanto quanto l’amatissima madre, Susanna: “la sola al mondo che sa, del mio cuore, / ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore”. L’onnipotenza materna. Un amore eccessivo, definito ‘mostruoso’ e allo stesso tempo ‘sordidamente muto’ dallo stesso Pasolini in una delle sue interviste, un amore in procinto di ribellarsi fino ad acquisire profonda coscienza di essere oggetto di un sentimento esclusivo, rassegnandosi nell’impossibilità della sua riproponibilità verso tutte le altre e tutti gli altri.Pasolini

Le due madri, fondamentali per l’educazione sentimentale e morale di ogni individuo, coincidono quindi con la figura della madre biologica e quella della madre terra con la quale ci mescoliamo, cadendo e rialzandoci, nel corso della nostra esistenza.

Nell’iniziale interrogativo, Pasolini pone una domanda tanto radicale quanto familiarizzante, vi domanda “che madri avete avuto”, ovvero come entrambe le vostre madri vi abbiano guardato, capito, amato, condotti attraverso la vostra crescita e in quale misura il loro amore sia stato determinante per voi. Quali parole vi abbiano insegnato per “rispondere del selvaggio dolore di esser uomini”, finale emblema della comune condizione umana e dell’amore e della rabbia racchiusi all’interno di tutto il poema.

Proprio loro, le madri, che questo dolore lo provano con rabbia e rammarico da secoli prima che voi nasceste e foste costretti a farvi i conti.




Ballata delle madri

Mi domando che madri avete avuto.

Se ora vi vedessero al lavoro

in un mondo a loro sconosciuto,

presi in un giro mai compiuto

d’esperienze così diverse dalle loro,

che sguardo avrebbero negli occhi?

Se fossero lì, mentre voi scrivete

il vostro pezzo, conformisti e barocchi,

o lo passate a redattori rotti

a ogni compromesso, capirebbero chi siete?

 

Madri vili, con nel viso il timore

antico, quello che come un male

deforma i lineamenti in un biancore

che li annebbia, li allontana dal cuore,

li chiude nel vecchio rifiuto morale.

Madri vili, poverine, preoccupate

Che i figli conoscano la viltà

per chiedere un posto, per essere pratici,

per non offendere anime privilegiate,

per difendersi da ogni pietà.

 

Madri mediocri, che hanno imparato

con umiltà di bambine, di noi,

un unico, nudo significato,

con anime in cui il mondo è dannato

a non dare né dolore né gioia.

Madri mediocri, che non hanno avuto

per voi mai una parola d’amore,

se non d’un amore sordidamente muto

di bestia, e in esso v’hanno cresciuto,

impotenti ai reali richiami del cuore.

 

Madri servili, abituate da secoli

a chinare senza amore la testa,

a trasmettere al loro feto

l’antico, vergognoso segreto

d’accontentarsi dei resti della festa.

Madri servili, che vi hanno insegnato

 

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