Anubi nella corte dei morti

Anubi nella corte dei morti

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Il dio dei morti beve Campari

Dopo tanto parlare sui social, mi sono lasciata incuriosire da questo fumetto uscito per Lucca 2015, Anubi (GRRRZ Comic Art Books) con sceneggiatura di Marco Taddei e disegni di Simone Angelini. Recentemente i lettori di Repubblica XL lo hanno eletto come migliore fumetto del 2015 e in generale mi sono sempre imbattuta in recensioni assolutamente entusiastiche. Cerchiamo di capire perché.

La coppia Taddei-Angelini era già salita in cattedra con le loro Storie brevi e senza pietà, dimostrando di saperci davvero fare con i racconti brevi a fumetti, mentre questa volta si imbarcano in un’impresa di più di 300 pagine. In effetti, però, si può dire che in fondo anche Anubi sia un romanzo di racconti, un insieme di singole storie di personaggi improbabili che fanno da scenografia alla vicenda centrale, la solitaria vita del protagonista, un antico dio Egizio, che si ritrova imprigionato ad “esistere” in una cittadina squallida circondata dalle acque. Dico esistere perchè, ben lontano dagli antichi fasti, il dio passa le giornate a massacrarsi la schiena lavorando in un mattatoio, mentre il tempo libero viene speso a bere Campari al bar del quartiere, dove di fatto si intrecciano tutte le vicende dei personaggi “secondari” che pure sono il cuore pulsante della vicenda. Ognuno di loro, infatti, contribuisce fondamentalmente alla costruzione dell’universo cinico e nichilista in cui il protagonista si ritrova a passare il tempo tra un Campari e l’altro; sono le malvagissime suore, lo scrittore reso immortale dalle droghe, i tossichetti, le scimmie, il clown nazista gli stereotipi, gli abitanti universali di questa cittadina che simboleggia un intero mondo popolato unicamente da esseri solitari, autodistruttivi e senza speranza.

anubi

Non è un caso ovviamente che la scelta degli autori sia caduta sul dio Anubi, il dio psicopompo per eccellenza. La città e tutti i suoi abitanti, di fatto, rappresentano la corte del dio traghettatore di anime, destinati ineluttabilmente a una fine che è già in divenire e, infatti, la fine arriva proprio quando Anubi decide di scappare, un estremo sacrificio divino a colui che rappresentava proprio la sua unica ragion d’essere. Questo è vero anche al contrario. Durante tutta la vicenda, Anubi cerca di difendere quella parvenza di indipendenza che si è conquistato, dopo essere fuggito alla dipendenza per eccellenza, quella della droga, e aver trovato un lavoro, seppure massacrante. Si può dire che non cerchi guai e che desideri solamente passare il suo tempo in santa pace al bar o a guardare la spiaggia che gli ricorda così tanto il caro vecchio deserto. Eppure tutta la città sembra perseguitarlo, è ricoperta di graffiti che lo insultano e, addirittura, i suoi abitanti lo insultano costantemente, fino ad arrivare all’aggressione e al tentato omicidio. Quando finalmente Anubi scappa, quando pensa finalmente di essersi lasciato tutto alle spalle, ecco che proprio in quel momento viene pestato violentemente anche dal controllore del treno ed avviene un’epifania. Dopo quella che, a mio parere è la riflessione più potente dell’intero graphic novel, Anubi rinuncia definitivamente a quella parvenza di divinità che gli era rimasta e si fa uomo, facendoci capire che “lui stesso è il problema”: nemmeno lui ha “senso” al di fuori della sua corte dei morti e solo rinunciando a se stesso può allontanarsi verso il futuro.

C’è un altro dio coinvolto nella vicenda, Horus. Lui, al contrario, decide di fuggire dalla città per tornare nella sua madrepatria alla ricerca delle sue piramidi e delle frotte di fedeli pronte ad adorarlo. Dopo un viaggio estenuante arriva in Egitto per ritrovarsi davanti a una folla di turisti che non hanno alcun interesse in lui. Sua è l’ultima cinica risata, accompagnata dall’immancabile goccia di sudore sulla tempia, prima della parola fine.

horus

Non nascondo che leggere questo fumetto sia stato abbastanza difficile per la sottoscritta. Per prima cosa il significante risulta piuttosto oscuro per quasi tutta la durata del romanzo, ma questo non sarebbe necessariamente un problema in generale, se non fosse che personalmente non condivido pienamente la visione del mondo racchiusa in queste pagine (ma questi sono problemi miei). É innegabile, infatti, che questo sia un lavoro eseguito magistralmente: la sceneggiatura tagliente e sferzante di Taddei si fonde alla perfezione con i disegni underground di Angelini. I dialoghi, le riflessioni e le pause seguono un ritmo studiato ad arte e sembra quasi che sia un’opera pensata ed eseguita da un singolo autore invece che da due. I disegni, poi, trovo che siano adattissimi alla trasmissione della vicenda. Spogliati di qualsiasi vezzo, finanche della corretta anatomia dei personaggi, grotteschi, caricaturali, e per questo universali, diventano così iconici, si fanno geroglifici, ovvero il simbolo stesso della comunicazione del concetto attraverso l’immagine.

Era davvero facile cadere nel moralismo e nell’esegesi, o al contrario nell’autocelebrazione del nichilismo in un racconto come questo, però niente di tutto ciò è contenuto nelle pagine di Anubi. Sembra piuttosto che gli autori abbiano voluto dare una loro testimonianza del mondo che li circonda ed è questa loro acriticità che alla fine ho apprezzato sopra a tutto. Una lettura da affrontare per avere un punto di vista un po’ diverso sul mondo che ci circonda, o anche solo per confrontarsi con un lavoro di altissima qualità.

titolo | Anubi
autore | Marco Taddei e Simone Angelini
editore | GRRRZ Comic Art Books
anno | 2015

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