Anche Veronica Lario legge Iosif Brodskij

Anche Veronica Lario legge Iosif Brodskij

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Sprofondato nella poltrona del cinema di fronte all’ultima opera cinematografica di Paolo Sorrentino, Loro, pensavo che nulla fosse più delicato dell’ossimorico scontro tra pieno e vuoto. In questa lotta tra i densissimi silenzi di un amore che appassisce e la vanità superficiale di serate eleganti, il regista pone tra le mani di Veronica Lario le pagine del poeta russo Iosif Brodskij.

Scelta di rara efficacia, essendo Brodskij il poeta che ha fatto del rapporto tra essere umano e parola la sua opera letteraria.

“[…] anche se uno scrittore pensa il contrario, egli è solo lo strumento della lingua, uno dei mezzi dell’esistenza della lingua.

Siamo immersi nella lingua come corpi nell’acqua”.

La poesia non è solo il modo più conciso, più denso di trasmettere l’esperienza umana: essa offre anche gli standard più elevati per ogni operazione linguistica. Più si legge poesia, meno si tollera ogni sorta di verbosità, nei discorsi politici o filosofici, nella storia o nell’arte della prosa.

La poesia, verrebbe da dire, è stata inventata appunto per questo: in quanto sinonimo di economia.

Brodskji veicola attraverso questo mezzo un messaggio disarmante: nel nostro mondo gli spazi si sono ampliati indefinitamente, le temporalità si sono moltiplicate e l’uomo si accorge che tutto questo ha danneggiato la sua capacità di ricordare. La memoria si è prima indebolita ed infine dissolta. L’uomo si perde nella distanza ed in essa perde la memoria e la sua identità: fa i conti, insomma, con il nulla dell’esistenza.

Un nulla che Sorrentino tenta di celare, con fare disilluso, dietro le note ritmate di un festoso beat alla moda a bordo piscina ma che vuole essere, in fondo, la colonna portante dell’intera opera.

*

Telemaco mio,
la guerra di Troia è finita.
Chi ha vinto non ricordo.
Probabilmente i greci: tanti morti
fuori di casa sanno spargere
i greci solamente. Ma la strada
di casa è risultata troppo lunga.
Dilatava lo spazio Poseidone
mentre laggiù noi perdevamo il tempo.

Non so dove mi trovo, ho innanzi un’isola
brutta, baracche, arbusti, porci e un parco
trasandato e dei sassi e una regina.
Le isole, se viaggi tanto a lungo,
si somigliano tutte, mio Telemaco:
si svia il cervello, contando le onde,
lacrima l’occhio – l’orizzonte è un bruscolo -,
la carne acquatica tura l’udito.
Com’è finita la guerra di Troia
io non so più e non so più la tua età.

Cresci Telemaco. Solo gli Dei
sanno se mai ci rivedremo ancora.
Ma certo non sei più quel pargoletto
davanti al quale io trattenni i buoi.
Vivremmo insieme, senza Palamede.
Ma forse ha fatto bene: senza me
dai tormenti di Edipo tu sei libero,
e sono puri i tuoi sogni, Telemaco.

 

(I. Brodskij, “Odisseo e Telemaco”, 1972, traduzione di G. Buttafava)

 

Vorrei che tu fossi qui, cara mia,
in questa parte di terra
mentre seduto in veranda
sorseggio una birra.
E’ sera, il sole cala;
i ragazzi urlano, stridono i gabbiani.
Che senso ha dimenticare,
se poi alla fine si muore?

(I. Brodskij, da “Una canzone”, in “E così via”)

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