A Moveable Fiesta

A Moveable Fiesta

Sì, lo so. Come recensione di un libro sugli anni ruggenti ci si aspetterebbe Il grande Gatsby. Come spiegare la scelta di parlare, invece, di Fiesta? Innanzitutto, molto banalmente, è un libro che ho adorato. Quale migliore occasione dell’invito a scrivere una recensione su SALT per fare un po’ di pubblicità a questo romanzo? Soprattutto, però, Fiesta contiene molti dei temi che caratterizzano la letteratura sugli anni Venti, ed è, perciò, rappresentativo dell’epoca.

Il testo viene dato alle stampe nel 1926 (solo un anno dopo il capolavoro di Fitzgerald) col titolo The sun also rises per l’edizione americana, mentre alcune edizioni, tra cui quella italiana, manterranno il titolo originario Fiesta. Pare che Hemingway abbia così voluto dare un’impronta morale al romanzo, sostituendo al titolo leggero e evocativo di divertimenti un versetto dell’Ecclesiaste (KJV): “1:4 One generation passeth away, and another generation cometh: but the earth abideth for ever. 1:5 The sun also ariseth, and the sun goeth down, and hasteth to his place where he arose.”

Col richiamo biblico l’autore stempera la fortunata espressione coniata dalla mentore Gertrude Stein di “Generazione perduta” che descrive i giovani protagonisti del romanzo, ossia Ernest stesso e i suoi connazionali e coetanei. Della lost generation fanno parte i ragazzi americani che sono diventati adulti negli anni Venti e che sono cresciuti nel clima della Grande Guerra, o che, come Ernest, vi hanno addirittura partecipato. Hanno visto il mondo tremare, per poi assistere alla sua rinascita: l’inizio del consumismo, la corsa alla modernità, l’avanzamento tecnologico e la produzione di massa come per la radio e l’automobile, la volontà di rottura con un passato doloroso anche attraverso la frivolezza; la musica jazz, il trucco (fino ad allora considerato disdicevole poiché appannaggio delle prostitute), le prime manifestazioni di libertà sessuale femminile. Tutte queste tematiche entrano nel libro, e fanno apparire i personaggi disillusi, cinici e annoiati. Si percepisce l’irrequietezza e il senso di straniamento che nascono dalla giustapposizione tra l’esperienza della guerra e la leggerezza degli anni che seguirono. E si presagisce che tutto questa inquietudine sfocerà in qualcosa di terribile per la società americana, ovvero la Grande Depressione e la degenerazione internazionale della seconda guerra mondiale.

Hemingway obietta che la sua generazione, per quanto bistrattata dal destino, non può dirsi perduta, lost. Infatti, le generazioni si susseguono su questa Terra senza lasciare un’impronta nel mondo, ma in fin dei conti è proprio questo flusso che manda avanti la vita. Resta la Terra, così come resta il Sole, nonostante anch’esso sorga e tramonti ininterrottamente e il giorno e la notte si susseguano senza lasciare traccia.

La narrazione è ambientata in Europa, in posti che forse molti di noi hanno avuto l’occasione di visitare. Questo ci permette di godere di un libro che si inserisce a pieno titolo nel filone narrativo delle tendenze degli anni ruggenti, calate in un contesto culturale a noi più familiare della East Coast o del Midwest. Il racconto si snoda tra Parigi, residenza favorita dagli expat americani negli anni Venti, e la Spagna. Hemingway narra in modo mirabilmente realistico le scorribande di una compagnia di giovani americani di varia estrazione ma accomunati dall’urgenza di vivere la giovinezza. Ogni occasione è buona per esplorare l’Europa, in cui risiedono per lavoro, come se fosse un nuovo far west, una terra di scoperte, di emozioni sempre nuove, in un’atmosfera di totale libertà.

Il libro è basato in gran parte su materiale autobiografico. Questo fatto ha due risvolti principali. Il primo, quando il libro fu pubblicato nel 1926, nei salotti sulle due sponde dell’Atlantico venne letto come un roman à clef. Le élite vicine a Hemingway e alla sua combriccola si sbizzarrirono nell’indovinare a chi corrispondessero i personaggi del romanzo nella realtà. Il fatto che i personaggi della storia siano davvero ispirati agli amici personali di Hemingway li rende vividi nella caratterizzazione e nella fine psicologia. L’altro risultato è ciò che a mio parere fa di questo libro una poesia. Un’ode. La trama del libro non è di per sé la cosa più importante. Il crescendo c’è, ma non è uno solo per tutto il romanzo: il racconto di ogni esperienza, dal bicchiere bevuto a un tavolino nella piazza di Pamplona all’attesa per una corrida che si preannuncia particolarmente spettacolare, è intriso di passione. La narrazione è fluida e movimentata, non c’è un fulcro del racconto, non ci sono pagine che si possono tralasciare. Le parole sono potenti e la calura della Spagna sembra di sentirla sul proprio corpo. Si sente la sabbia dell’arena appiccicata alla pelle sudata, ci si immedesima addirittura un po’ brilli al tavolo di amici che parlano in modo decadente, che non fanno un ragionamento filato neanche da sobri, che non esprimono quello che provano e cambiano idea sul da farsi in maniera imprevedibile, che esternano la loro opinione solo attraverso il sublime mezzo dell’understatement.

Insomma, chi non vorrebbe essere lì con loro?

Silvia Galimberti

 

*Immagini 2 e 3: due locandine della festa di San Fermín a Pamplona. In entrambe si leggono i cognomi dei toreri partecipanti alle corride previste per quell’edizione. Nella locandina del 1923 è da notare il nome di Nicanor Villalta, tra i primi toreri a cui Hemingway si appassionò. Di lì il nome del figlio primogenito, nato nell’ottobre 1923: John Hadley Nicanor, detto Jack. Nel manifesto del 1925 è scritto il nome di Niño de la Palma, torero di incredibile forza e eleganza, all’epoca solo diciannovenne, e che ispirò il personaggio del matador Pedro Romero.

 

Titolo | Fiesta (Il sole sorge ancora)
Anno | 1926
Autore | Ernest Hemingway
Edizioni | Mondadori
Collana | Oscar

4 COMMENTS

  1. […] La festa mobile della Parigi del passato è disegnata da Allen con pennellate funzionali alla sua personale narrazione di maturazione del protagonista. I personaggi che affollano le notti da sogno di Gil sono resi con pochi tratti e poche caratteristiche, ma peculiari, cristallizzati in una loro caratteristica propria. Hemingway è rissoso, collerico, donnaiolo, dedito alla caccia e al pugilato, ma anche dispensatore di ottimi consigli; la coppia Fitzgerald è vittima delle stesse feste noiosamente divertenti e dello stesso amore totalizzante di cui Scott tratterà nel Grande Gatsby; Dalì è magistralmente reso da un Adrien Brody in stato di grazia: bastano uno sguardo, un’espressione, quella espressione che tutti riconosciamo, e poche battute (Rinoceronti!) per fare il ritratto al grande pittore surrealista. Forse la realtà era diversa, ma questo poco importa. La capacità di Allen di rappresentare gli uomini di genio dell’epoca come commensali seduti ad una tavola, intenti a bere vino e discutere di donne, come brilli partecipanti a feste chiassose, impegnati nelle attività quotidiane (bere, innamorarsi), restituisce umanità ad una memoria ammantata di mito e reverenza. Il regista compie la stessa operazione attuata da Roland Topor nelle sue Memorie di un vecchio cialtrone, dove assistiamo alla stessa rappresentazione ironica e divertita dei grandi miti del passato. Come nel libro di Topor, al centro della fiesta troviamo Gil, che da spaventato ammiratore assumerà il ruolo di figura patafisica, tanto da suggerire a Buñuel l’idea centrale de L’angelo sterminatore. Woody Allen mette in scena la sua personale memoria storica, con nostalgico affetto verso le personalità che hanno influenzato il suo pensiero e le sue nevrosi personali (basti pensare alla disquisizione sulla paura della morte tenuta da Gil con Hemingway, che fa eco a tanti film di Allen, come ad esempio Stardust Memories). Anche il regista rimane con gli occhi sgranati davanti ai Fitzgerald, a Hemingway e a Dalì e noi con lui, vinti da questo viaggio straniante che ci ricorda quanto è bello il passato. E quanto questa bellezza sia legata al fatto che è passato e non presente. […]

  2. […] Lo so, Ernest Hemingway parlava di Parigi e della vita nella capitale francese con vista sui tetti della città quando, rinchiuso in una stanzetta, si inventava le vite degli altri per poi andare a rincorrere bicchieri di vino e avventure improvvisate. Eppure sono abbastanza certa che la capirebbe questa cosa che mi prende quando ogni volta, arrivando a Ferrara, comincio a inseguire i mattoncini rossi delle abitazioni vicino al centro storico che ti guidano fin là, nel cuore di una città che sostanzialmente rimarrà perennemente nel mio cuore come la trasposizione perfetta di Festa Mobile. […]

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