Spettri della mia vita. A Ghost Is Born dei Wilco

Spettri della mia vita. A Ghost Is Born dei Wilco

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A Ghost Is Born

“Beh, questo è strano. Suppongo non ci sia un modo semplice per farlo, ma è passato un decennio, quindi non c’è un momento migliore di adesso. Ecco tutto: nessun album è mai riuscito a suscitare quella sensazione di grandezza che A Ghost Is Born ha generato dentro di me nella mia tarda adolescenza. È l’album che mi ha guidato in quegli anni, quello che mi ha portato a scrivere di musica. È la ragione per cui ce l’ho fatta, al liceo. A Ghost is Born è quell’esatto album, per me: e, dato che non puoi avere 18 anni per due volte, credo che sarà sempre. L’unico.” (da un articolo di Consequence Of Sound per i dieci anni di A Ghost Is Born, questo)

Questo articolo è una scusa non richiesta. Sabato si è sposata Lucia, la mia migliore amica da sempre e per sempre, e io le ho dedicato un piccolo discorso – Pamela ha detto che somigliava più a un testamento che a un semplice discorso, ma tant’è. Lì dentro c’erano tutte le cose con cui siamo cresciuti insieme, e parecchie erano suoni – l’ascolto di Drum’s Not Dead dei Liars, Packing Blankets degli Eels, un Primavera Sound di tanti anni fa, una stinta maglietta con una citazione di Paranoid Android dei Radiohead.

Non ci poteva star tutto, in quel quarto d’ora, o le forze dell’ordine mi avrebbero reclamato, ma ci sono almeno due cose che non ho citato e di cui sento la mancanza – la chiameremo sindrome del disco fantasma. La prima è un giorno d’ottobre del 2000, quando in contemporanea uscirono Warning dei Green Day (che a sedici anni erano un mio must, e ammetto che lo sono rimasti) e Kid A e io e Lucia ce li portammo a scuola per ascoltarli e scambiarceli (non lo capivo, quell’album di Yorke e soci, e adesso è praticamente una delle mie chiavi di lettura del mondo). L’altra è l’album dei ricordi di tutte quelle volte che abbiamo tirato fuori nei nostri discorsi A Ghost Is Born dei Wilco.

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Wilco
First Ave Wilco Star. Immagine di Tony Webster, CC BY 2.0

Perché A Ghost Is Born è uscito nel 2004 e io, di quel disco, ricordo tutto. Mi spiego: non mi ricordo solo ogni stacco, ogni cambio di tempo, ogni arpeggio di chitarra o riff o solo che sembra saltare fuori dal nulla; ricordo esattamente la recensione de Il Mucchio Selvaggio di allora (cinque pallini su cinque), dove l’ho comprato (il negozietto di Lambrate di fronte alla stazione, dove acquistai anche la scarna edizione originale in CD di Reckoning dei REM a un prezzo stracciato), la sensazione di ampiezza che ho provato con il viso schiacciato contro il finestrino del treno che mi portava a casa, il vento che mi scompigliava i capelli mentre ascoltavo quelle tracce con fare meditabondo, seduto per terra alla stazione di Treviglio.

Ricordo il primo live dei Wilco, l’anno dopo a Milano, e le persone bellissime che ho conosciuto quella sera – e anche quelle meno belle, tipo la ragazza che dal finestrino di un’auto si sporse nella notte milanese per chiedermi “scusa hai una sigaretta?” indossando denti da vampiro (e no, non era A Girl Walks Home Alone At Night). A Ghost Is Born è proprio quel tipo di album che ti conquista per il vissuto che si porta dietro e il piccolo pezzetto di mondo che aggiunge al tuo.

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Jeff Tweedy non era nuovo a capolavori, per carità: si può risalire al principio della sua carriera, con gli strepitanti Uncle Tupelo, praticamente inventori dell’alt-country – geniale revisione degli stilemi dell’Americana tradizionale passati al frullatore dell’indie-rock più emozionale (sentitevi anche solo Gun, che in un mondo alternativo e migliore sarebbe stata una hit del 1991, l’anno in cui il punk rock esplose).

Ma basta pure andarsi a riprendere i precedenti Summerteeth (volete un disco per l’estate che non sia Pet Sounds? Eccolo qui) e soprattutto Yankee Hotel Foxtrot, per quasi tutti anche superiore a questo A Ghost Is Born, con la sola differenza che – laddove quello, tutto suonato “con le mani”, avrebbe potuto essere un prodotto di uno Springsteen folk evoluto e moderno – il seguito è un prodotto preparato, cotto e mangiato in studio di registrazione.

Ed è proprio qui che Tweedy e i suoi Wilco raggiungono un apice compositivo mai più replicato in seguito: sentite come s’intrecciano, pazzesche, le chitarre Television/Young della coda struggente di At Least That’s What You Said; sentite il dolorante mood jazz che spande perfezione sulle sei-corde parlanti della ballad Hell Is Chrome; sentite la perfezione pop di brani come Theologians e The Late Greats o quella folk delle madreperle elettroacustiche Muzzle Of Bees e Wishful Thinking (che luccichìo, quel giro che entra dopo un’introduzione di rumori casuali: non vi viene subito da associarla a Too Far Down dei buoni, vecchi Husker Du?).

Sentite tutto questo e poi ricordate che all’appello mancano ancora i dieci minuti krauti di Spiders, con scoppi di elettrica che dal vivo si faranno portentoso cavallo di battaglia – uno dei picchi catartici dei loro live, quasi quanto il “nothing!” che chiudeva la vecchia Misunderstood (38 volte, mi pare lo urlasse). Anche qui la memoria corre libera: ancora una volta fino al live di Milano, quando la corrente zittì il brano sul più bello, e dopo un po’ la band riprese esattamente da dove era stata interrotta, come una cosa sola.

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Ma A Ghost Is Born sa svelare la propria grandezza nel momento meno centrato di tutti, quello meno a fuoco, la “canzone che chiunque odierà”, come la definiva Tweedy. Less Than You Think è per tre minuti una miniatura sussurrata, nenia fragile come cristallo e delicata da spezzare il cuore; per i restanti dodici è un drone rumoristico che per qualche motivo mi ricorda il suono della fusione di due buchi neri immortalato da Basinski nel suo ultimo On Time Out Of Time e non si capisce bene dove voglia andare a parare, eppure spiega la testa e il cuore degli autori meglio di qualunque strofa-ritornello-strofa:

“So che il 99% dei nostri fan non apprezzerà quella canzone, la definiranno di una ridicola indulgenza. Nemmeno io la voglio ascoltare ogni volta che faccio partire l’album. Ma quando mi calmo e ci presto attenzione, penso sia di valore e commovente e catartica. Non l’avrei messa sul disco, se non avessi pensato che fosse bella. Volevo fare un album sull’identità, e dentro a quello c’è l’idea di un potere superiore, l’idea della casualità e che ogni cosa possa succedere, e che non c’è modo di controllarlo.”

Un disco di perfezione mostruosa eppure umanissimo, in cui c’è spazio per l’errore e il dubbio – tutte cose che, ahimè, si perderanno nelle uscite successive di una band sempre più oliata e tecnica, quelle di una maturità dad rock a volte un po’ stanca seppure sempre di qualità. Una maturità che sembra aver dimenticato è che a volte è l’errore a rendere un’opera d’arte ancora più grande e a farla imprescindibile come un’amicizia che non muore.

Artista | Wilco
Titolo | A Ghost Is Born
Etichetta | Nonesuch Records
Durata | 67’

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