La Valtrebbia e i suoi guardiani: la Pietra Perduca e la Pietra...

La Valtrebbia e i suoi guardiani: la Pietra Perduca e la Pietra Parcellara

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La Valtrebbia è un mosaico di verde, grigio e azzurro chiarissimo. Noi lombardi, che ogni estate cerchiamo il nostro mare privato nelle acque gelide e chiarissime del torrente, lo sappiamo bene, tutti abbiamo guidato almeno una volta fino a Bobbio o sui tornanti che portano a Marsaglia, inseguendo quella vena azzurra e il miraggio di un bagno solitario, tra i profili dolci dei colli, i resti di qualche abbazia e le rocce grigie dell’alta valle.

Per i piacentini, invece, la Valtrebbia non è spiaggia né mare ma al contrario una terra montuosa, dove vivono “quelli di montagna”, dove i numi tutelari sono monti come il Penice e il Lesima, ma soprattutto le due Pietre che, citando Betty, la mia giornalista piacentina di riferimento: “sono le porte e nel contempo le protettrici della valle”.

Si chiamano Pietra Perduca e Pietra Parcellara e sono due monti verdastri di ofiolite, apparentemente lasciati cadere nella valle dai giganti o da qualche divinità pagana. Non è un caso che alle pietre siano da sempre attribuiti poteri magici ed energie benefiche.

Per non far piangere inutilmente i geologi dirò quello che ho capito: cioè che l’ofiolite è pietra vulcanica emersa dal fondale marino, in questo caso dall’oceano ligure che milioni di anni fa si trovava qui. Essendo gli ofioliti soggetti a un’erosione più lenta rispetto ai terreni sedimentari tipici della Valtrebbia, ora le due montagne se ne stanno lì, solitarie, con il loro aspetto scuro e impervio.

La pietra verde-nerastra, simile nel colore e nelle scaglie alla pelle dei serpenti  (ophis=serpente lithos=pietra) e la forma spiazzante di queste due formazioni hanno attirato nei secoli l’attenzione dei locali. Forse non a causa dei tanto decantati quanto non documentati riti e sacrifici pagani e nemmeno come luogo di avvistamento ufo, ma sicuramente come posti strategici per il controllo del territorio con castelli e fortificazioni e come luogo di aggregazione per feste di ogni natura, oltre che meta di qualche giovane piacentino di montagna in cerca di un posto dove marinare la scuola.

È una giornata fresca di settembre, con il cielo che minaccia pioggia, ho guidato fino a Travo, attraversato il ponte sul Trebbia e proseguito per una decina di chilometri tra i colli fino alla frazione di Pietra, nei pressi della Parcellara.

Pochi minuti di camminata su sterrata quasi pianeggiante e mi ritrovo alle pendici della grande formazione rocciosa di forma piramidale, che si erge aspra e un po’ minacciosa sopra di me. Supero l’oratorio Parcellara, a 670 mt, e in un quarto d’ora di fiato corto, fiducia assoluta nei segni del C.A.I. e qualche scivolone calcolato, arrivo sulla cima e mi siedo a fianco della croce di vetta a contemplare la valle dalla privilegiata altitudine di 836 metri, con il vento e il sole che mi accarezzano la faccia. Prima di abbandonare la montagna getto un ultimo sguardo al paesaggio e alla Pietra Perduca, che è lì sotto di me ed ha vegliato su tutta la salita, mi sento stranamente protetta da quel grosso scoglio scuro dimenticato nella valle e mi avvio verso la discesa con la mia famosa tecnica a frana, collaudata in anni di alpinismo fai-da-te.

Della seconda pietra si è detto e scritto così tanto da non distinguere chiaramente la realtà dalla fantasia. L’unica certezza è che, avvicinandosi, si ha subito la sensazione di camminare su un suolo sacro, importante tanto per la storia della terra quanto per quella delle civiltà passate. Salire su questa sorta di panettone è cosa semplice, non servono nemmeno gli scarponi. Giunti alla base del grande ofiolite si sale tramite una scalinata alla chiesa di Sant’Anna, che all’interno conserva una roccia con un’impronta attribuita al piede della Madonna. In pochi passi si arriva alla larga cima tramite semplici gradini scolpiti nella roccia, da qui è bello osservare nuovamente il fiume e tutta la valle. A segnare la superficie scura della montagna si trovano due vasche d’acqua quadrangolari dette “letti dei santi”. Leggenda vuole fosse uso, ai tempi dei celti, immergere qui le donne per accrescere la loro fecondità. Pare addirittura che alcune nicchie trovate nella roccia dovessero ospitare le coppe dell’olio per le cerimonie notturne. Le fonti storiche, in realtà, attribuiscono alle vasche la funzione di raccolta dell’acqua piovana, utile per le fortificazioni che un tempo si ergevano su questa pietra.

Salgo in pochi minuti sulla pietra Perduca, l’intera vallata è deserta e io godo e soffro allo stesso tempo di questa silenziosa solitudine. All’improvviso arriva secco un rumore di portiera: pochi minuti e una famiglia comincia a risalire la montagna affacciandosi a una delle vasche dei santi e indicando qualcosa nell’acqua. Mi avvicino e finalmente vedo ciò di cui avevo solo sentito parlare, la vera magia di queste vasche, cioè i tritoni crestati, piccoli draghi o lucertole d’acqua che fino ad ora avevo immaginato simili al papà della Sirenetta. I signori mi spiegano che il momento migliore per osservare i tritoni è la primavera quando, durante l’accoppiamento, ai maschi cresce una magnifica cresta sulla coda. Le nuvole hanno pian piano lasciato spazio al sole, dalla cima della Pietra guardo per l’ultima volta il Trebbia e le colline attorno, davvero non serve scomodare Hemingway per accorgersi che questa è la valle più bella del mondo.

Melissa Fontana

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